Intervista per il "Popolo e Libertà"

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di Chiara Simoneschi-Cortesi, 16.07.2010

Intervista per il “Popolo e Libertà” (16.07.2010)

 

Recentemente è stata nominata presidente di transfair. Cos’ha la spinta ad intraprendere questa nuova sfida alla testa della sindacato?

Quando mi hanno proposto di diventare presidente di transfair non ho avuto molte esitazioni. Questo sindacato infatti, che in origine si chiamava sindacato cristiano, rispecchia i valori e i principi che ho sempre seguito nella mia azione politica e che sono poi quelli del Partito Popolare Democratico, mettendo al centro la persona e i suoi bisogni. Il sindacato ha un suo preciso ruolo nella nostra società che si differenzia dal ruolo della politica; a mio modo di vedere la sua azione è più immediata e pragmatica. Tra le tante cose, il sindacato stipula i contratti collettivi di lavoro con i datori di lavoro e cerca costantemente di migliorare la situazione professionale dei dipendenti. L’azione sindacale è quindi molto più concreta di quella politica. Ad esempio, abbiamo stipulato un contratto collettivo di lavoro con una ditta delle poste, “Presto”, che impiega circa 10'000 persone, soprattutto donne, che a partire dalle 4 o le 5 del mattino si impegnano a consegnare i giornali nelle bucalettere. Questa era una categoria sprovvista di copertura, ora con il contratto collettivo sono regolamentati tutti i loro doveri ma soprattutto i loro diritti, come le vacanze, la malattia, la maternità,... Questi 10'000 dipendenti hanno, grazie all’azione del sindacato, una condizione lavorativa migliore. Nell’azione politica è invece più difficile vedere il risultato finale,pur avendo partecipato attivemente all’ approvazione di una legge o di un decreto. E’ infatti il Consiglio federale che mette in vigore la legge e l’Amministrazione federale la applica. Spesso e volentieri non si vede quindi l’applicazione concreta di una legge che magari è stata forgiata anche con proposte personali. Nella presidenza di transfair mi ha quindi affascinato la concretezza dell’azione sindacale. Inoltre ritengo che tutte le  esperienze che ho maturato a livello politico, ma anche all’interno di varie associazioni, possono essere messe a disposizione di transfair, che si occupa della posta/logistica, della comunicazione, dei trasporti pubblici e dell’Amministrazione pubblica, ambiti che conosco bene.
Non da ultimo, questo sindacato ha avuto dei momenti difficili in questi anni, senza la presenza di un presidente, e si è dovuto ricorrere ad uno specialista per riorganizzare tutta la parte dirigenziale ed organizzativa. Ora è necessario che transfair si risollevi e che ridiventi un sindacato riconosciuto e con un numero maggiori di membri. È una bella sfida, e a me le sfide piacciono.

Al congresso di transfair dello scorso 24 giugno a Gurten sono state presentate quattro risoluzioni. Ci può spiegare brevemente queste proposte?

In un momento di cambiamento come questo abbiamo voluto presentare quattro risoluzioni, una per settore, per ribadire alcuni concetti fondamentali, quali l’importanza di accompagnare i cambiamenti con una politica del personale attenta alla valorizzazione dei saperi presenti in azienda. In tutta la società e nell’economia e dunque anche nella posta, nella ferrovia, nelle comunicazioni e anche nell’Amministrazione federale, sono in atto grandi trasformazioni, dovute anche alle nuove tecnologie. Basti pensare per esempio ai numerosi macchinari che sostituiscono l’uomo nello smistamento e nella ridistribuzione della posta. Questi cambiamenti comportano una perdita massicia di posti di lavoro. Noi chiediamo ai datori di lavoro, ovvero alle aziende pubbliche, non solo di non licenziare i loro dipendenti per una questione etica, ma anche di anticipare con misure mirate l’uso delle nuove tecnologie. Ad esempio, se si desidera introdurre i nuovi macchinari per lo smistamento della posta, bisogna innanzitutto calcolare quante persone perderebbero il lavoro e pensare al loro futuro. Per fare ciò bisogna valutare le competenze del personale e per il tramite della formazione continua,  ri-orientarlo e prepararlo ad assumere dei nuovi profili professionali, preferibilmente all’interno dell’azienda, o – se non fosse possibile – anche fuori.
Ad esempio, tutti i Cantoni hanno bisogno di agenti di polizia; dalle cifre si stima infatti che ne manchino circa 1500. Si può benissimo immaginare che le persone in esubero presso la posta possano essere formate a diventare poliziotti. Chiediamo quindi un’attenzione maggiore nei confronti del  futuro dei dipendenti, dando loro delle prospettive di lavoro. Inoltre, chiediamo pure che l’introduzione delle nuove tecnologie avvenga in modo progressivo e misurato. Perdere il lavoro non significa solo perdere un salario e la sicurezza, ma significa anche perdere una parte di sé, della propria identità e dignità.

Quale membro della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni (CTT) si occupa anche di una parte importante del futuro del nostro Cantone: la mobilità. La chiusura della galleria del Gottardo e Alptransit sono i temi che oggi fanno maggiormente discutere. Cosa ne pensa?

Il Ticino è confrontato con due grandi problemi che dobbiamo cercare di risolvere nei prossimi anni: il primo è la questione dei lavori di manutenzione della galleria autostradale del San Gottardo. Benché io sostenga il trasporto pubblico e in particolare il trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia, mi sembra assurdo solo pensare di poter emarginare, con la chiusura della galleria, per tre anni tutta una regione della Svizzera. Nei prossimi mesi dobbiamo insistere tutti insieme affinché il Consiglio federale si renda conto del danno che subirebbe il Ticino, non solo economico, ma anche istituzionale. Non saranno sufficienti i treni navetta, dato che il traffico è decisamente aumentato dagli anni ottanta ad oggi. Inoltre ci sono i camion, sia per i trasporti merci nazionali che internazionali; non è pensabile chiudere loro una via di passaggio importante come quella del Gottardo. Bisognerà quindi creare un secondo tubo senza però aumentare la capacità delle gallerie, così da non ledere la Costituzione nell’articolo voluto dall’Iniziativa delle Alpi.

Il secondo grande problema è Ferrovia 2030, il grande progetto che verrà dopo il SIF, lo sviluppo futuro dell’infrastruttura ferroviaria, che prevede un potenziamento delle capacità ferroviarie sia per il traffico viaggiatori a lunga distanza sia per il traffico merci. Il problema di Ferrovia 2030 è la mancanza di lungimiranza: non è previsto un solo franco per i raccordi tra l’uscita della galleria del San Gottardo e l’entrata della galleria del Monte Ceneri. Non parliamo poi del proseguimento a sud di Lugano, dove ci siamo impegnati con l’Italia a raccordare la nostra ferrovia veloce alla loro. I nostri vicini sono disposti a procedere con questo impegno, anche se per il momento non ci sono i finanziamenti. Dobbiamo dunque combattere tutti insieme affinché il progetto Ferrovia 2030 abbia degli elementi concreti per il completamento di Alptransit da frontiera a frontiera. Non è infatti pensabile costruire delle gallerie per i treni veloci nel Gottardo e nel Monte Ceneri e poi costringere i treni a transitare su dei binari del 1882. Dobbiamo avere una nuova linea performante, che ci consenta di aumentare la produttività - si parla di almeno un 20-25% in più – trasportando un numero maggiore di merci e di persone. Dobbiamo sfruttare questo grande investimento delle gallerie! Il Consiglio federale non deve fare dei risparmi negli investimenti per la mobilità, che è uno dei fattori determinanti della crescita economica.

Il primo luglio è entrata in vigore l’ordinanza sul plurilinguismo nell’Amministrazione federale. È stata una bella battaglia…

Eh sì, posso dire di averla combatutta in prima fila, sempre accompagnata da tutta la Deputazione ticinese. Abbiamo cominciato fin da subito appena giunti a Berna nel 1999: già a partire dal 2000 infatti abbiamo cominciato la nostra battaglia per il plurilinguismo. Sul bollettino dei posti vacanti della Confederazione, dove sono elencati i concorsi per i posti nell’Amministrazione federale, le offerte di lavoro erano presentate in modo sbagliato, cioè contrarie ad una direttiva del Consiglio federale che già esisteva e che diceva che i quadri devono conoscere attivamente una seconda lingua e passivamente una terza. Dunque quando cercavano un capoufficio di lingua madre tedesca, che sapesse il francese e l’inglese si trattava di una richiesta totalmente contraria a queste direttive e al plurilinguismo. Con la Deputazione ticinese abbiamo svolto mese dopo mese un’accurata analisi del bollettino, abbiamo denunciato la situazione, presentando vari atti parlamentari,…ed infine è arrivata la nuova “Legge federale sul plurilinguismo e sulla comprensione tra le comunità”, legge voluta dal Parlamento ma non dal Consiglio federale che l’ha sempre osteggiata. Ho avuto anche il piacere di fare da relatrice per la commissione in un dibattito che si è protratto per 5 o 6 ore di fila. Nella legge è iscritto un principio fondamentale che cambierà alcuni aspetti nell’organizzazione e nel lavoro dell’Amministrazione federale, soprattutto per i quadri: i funzionari hanno ora il diritto di pensare e di scrivere nella loro lingua madre. Ciò significa un cambiamento completo di paradigma: un funzionario italofono potrà scrivere un messaggio o un rapporto in italiano! Tutti i documenti vanno poi tradotti nelle altre lingue nazionali. Finora avveniva invece il contrario: il tutto veniva pensato e scritto in tedesco e si traduceva poi in italiano o in francese. Poter scrivere un messaggio o una legge in italiano significa valorizzare non solo la lingua bensì pure la cultura italiana. Si tratta di dare un apporto qualitativo: avere un’altra lingua  e un’altra cultura significa talvolta avere altre sensibilità, visioni diverse, complementari. È chiaro che in fase di allestimento dell’ordinanza,  questo articolo 9 della Legge sulle lingue era osteggiato, soprattutto dai funzionari dirigenti. Con il cambiamento di consigliere federale, bisogna dire che Burkhalter è stato molto più attento alle nostre rivendicazioni e ha stanziato anche dei fondi per poter mettere in atto questo cambiamento. Un’altra conseguenza di questo principio, sarà quello che i candidati italofoni avranno più chance di essere assunti. Finora venivano messi un po’ da parte poichè non erano quasi mai in grado di sapere perfettamente il tedesco o il francese. Spero che gli Svizzero italiani e i Ticinesi in particolare si rendano conto dell’importanza per il loro futuro professionale di poter passare alcuni anni presso l’Amministrazione federale, dove si possono acquisire ottime conoscenze e fare molte esperienze. Dopo dieci anni di impegno, con la legge e l’ordinanza sulle lingue e il plurilinguismo abbiamo raggiunto un traguardo importante. Ora comincia una nuova era che è quella dell’applicazione della legge e dovremo stare ancora e comunque attenti affinché sia applicata correttamente.

Il Ticino sembra più vicino alla capitale confederata con l’introduzione di una importante figura come l’ambasciatore a Berna. Come giudica questa proposta?

Ritengo la proposta molto buona, l’essenziale però è che questa persona abiti a Berna e non a Bellinzona. Il suo lavoro deve essere quello di seguire tutto l’iter dei dossier ticinesi, cercando di influire positivamente nella loro messa in atto. Ciò significa essere a stretto contatto con i funzionari dell’Amministrazione federale e anche con i Consiglieri federali, se è necessario. Il delegato però non deve sostituire nè i Consiglieri di Stato né il Governo in corpore, che devono essere maggiormente presenti a Berna. Ci sono consiglieri di Stato e Governi di altri Cantoni che vengono regolarmente a Berna; taluni ogni sessione, sia per incontrare i deputati del loro Cantone, sia per seguire i dossier pendenti; vi posso assicurare che spesso si vedono i risultati di tali assidue presenze ! 

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